7) Descartes. Il dubbio.
Presentiamo il testo completo della Prima meditazione. Per
Descartes il dubbio, il Dio ingannatore, il genio maligno, non
hanno l'obiettivo di delineare i limiti della ragione:  essi
costituiscono nel loro insieme uno strumento metodologico per
ricondurre all'elemento minimo essenziale (e quindi consolidare al
massimo) la base di partenza su cui costruire la nuova metafisica.
R. Descartes, Meditazioni metafisiche, Prima meditazione (pagine
126-128).

Gi da qualche tempo mi sono accorto che, fin dai miei primi anni,
avevo accolto come vere una quantit di false opinioni, onde ci
che in appresso ho fondato sopra princpi cos mal sicuri, non
poteva essere che assai dubbio ed incerto; di guisa che m'era
d'uopo prendere seriamente una volta in vita mia a disfarmi di
tutte le opinioni ricevute fino allora in mia credenza, per
cominciare tutto di nuovo dalle fondamenta, se volevo stabilire
qualche cosa di fermo e durevole nelle scienze. Ma poich questa
impresa mi sembrava grandissima, ho atteso di aver raggiunto
un'et cos matura, che non potessi sperarne dopo di essa un'altra
pi adatta; il che mi ha fatto rimandare cos a lungo, che, ormai,
crederei di commettere un errore, se impiegassi ancora a
deliberare il tempo che mi resta per agire.
Ora, dunque, che il mio spirito  libero da ogni cura, e che mi
son procurato un riposo sicuro in una pacifica solitudine, mi
applicher seriamente e con libert a una distruzione generale di
tutte le mie antiche opinioni. E non sar necessario, per arrivare
a questo, provare che esse sono tutte false, della qual cosa,
forse, non verrei mai a capo; ma in quanto la ragione mi persuade
gi che io non debbo meno accuratamente trattenermi dal prestar
fede alle cose che non sono interamente certe e indubitabili, che
a quelle le quali ci appaiono manifestamente false, il menomo
motivo di dubbio che trover baster per farmele tutte rifiutare.
E perci non v' bisogno che io le esamini ognuna in particolare,
il che richiederebbe un lavoro infinito; ma, poich la ruina delle
fondamenta trascina necessariamente con s il resto dell'edificio,
io attaccher dapprima i princpi sui quali tutte le mie antiche
opinioni erano poggiate.
Tutto ci che ho ammesso fino ad ora come il sapere pi vero e
sicuro, l'ho appreso dai sensi: ora, ho qualche volta provato che
questi sensi erano ingannatori, ed  regola di prudenza non
fidarsi mai interamente di quelli che ci hanno una volta
ingannati.
Ma, bench i sensi c'ingannino qualche volta, riguardo alle cose
molto minute e molto lontane, se ne incontrano forse molte altre,
delle quali non si pu ragionevolmente dubitare, bench noi le
conosciamo per mezzo loro: per esempio, che io son qui, seduto
accanto al fuoco, vestito d'una veste da camera, con questa carta
fra le mani; ed altre cose di questa natura. E come potrei io
negare che queste mani e questo corpo sono miei? a meno che,
forse, non mi paragoni a quegl'insensati, il cervello dei quali 
talmente turbato ed offuscato dai neri vapori della bile, che
asseriscono costantemente di essere dei re, mentre sono dei
pezzenti; di essere vestiti d'oro e di porpora, mentre son nudi
affatto; o s'immaginano di essere delle brocche, o d'avere un
corpo di vetro. Ma costoro son pazzi; ed io non sarei da meno, se
mi regolassi sul loro esempio.
Tuttavia debbo qui considerare che sono uomo, e che per
conseguenza, ho l'abitudine di dormire e di rappresentarmi nei
sogni le stesse cose, e alcune volte delle meno verosimili ancora,
che quegl'insensati quando vegliano. Quante volte m' accaduto di
sognare, la notte, che io ero in questo luogo, che ero vestito,
che ero presso il fuoco, bench stessi spogliato dentro il mio
letto? E' vero che ora mi sembra che non  con occhi addormentati
che io guardo questa carta, che questa testa che io muovo non 
punto assopita, che consapevolmente di deliberato proposito io
stendo questa mano e la sento: ci che accade nel sonno non sembra
certo chiaro e distinto come tutto questo. Ma, pensandoci
accuratamente, mi ricordo d'essere stato spesso ingannato, mentre
dormivo, da simili illusioni. E arrestandomi su questo pensiero,
vedo cos manifestamente che non vi sono indizi concludenti, n
segni abbastanza certi per cui sia possibile distinguere
nettamente la veglia dal sonno, che ne sono tutto stupito; ed il
mio stupore  tale da esser quasi capace di persuadermi che io
dormo.
Supponiamo, dunque, ora, che noi siamo addormentati e che tutte
queste particolarit, cio che apriamo gli occhi, moviamo la
testa, stendiamo le mani, e simili, non siano se non delle false
illusioni; e pensiamo che forse le nostre mani e tutto il nostro
corpo non siano quali noi li vediamo. Tuttavia bisogna almeno
confessare che le cose, le quali ci sono rappresentate nel sonno,
sono come dei quadri e delle pitture, che non possono essere
formate se non a somiglianza di qualche cosa di reale e di vero; e
che cos, almeno, queste cose generali, cio degli occhi, una
testa, delle mani, e tutto il resto del corpo, non sono cose
immaginarie, ma vere ed esistenti. E, a dir vero, gli stessi
pittori, anche quando si sforzano con il maggior artificio di
rappresentare Sirene e Satiri in forme bizzarre e straordinarie,
non possono tuttavia attribuire loro forme e nature interamente
nuove, ma fanno soltanto una certa mescolanza e composizione delle
membra di diversi animali; ovvero, se per avventura la loro
immaginazione  abbastanza stravagante da inventare qualche cosa
di nuovo, che mai noi non abbiamo visto niente di simile, in modo
tale che la loro opera ci rappresenti una cosa puramente finta ed
assolutamente falsa, certo almeno i colori di cui la compongono
debbono, essi, essere veri.
E per la stessa ragione, bench queste cose generali, cio degli
occhi, una testa, delle mani, e simili, possano essere
immaginarie, bisogna tuttavia confessare che vi sono cose ancora
pi semplici e pi universali, le quali sono vere ed esistenti;
dalla mescolanza delle quali, n pi n meno che dalla mescolanza
di alcuni colori veri, tutte queste immagini delle cose, che
risiedono nel nostro pensiero, siano esse vere e reali, siano
finte e fantastiche, sono formate. Di questo genere di cose  la
natura corporea in generale e la sua estensione; e cos pure la
figura delle cose estese, la loro quantit o grandezza, il loro
numero; come anche il luogo dove esse sono, il tempo che misura la
loro durata, e simili.
Per questo, forse, noi non concluderemo male, se diremo che la
fisica, l'astronomia, la medicina e tutte le altre scienze, che
dipendono dalla considerazione delle cose composte, sono assai
dubbie ed incerte; ma che l'aritmetica, la geometria e le altre
scienze di questo tipo, le quali non trattano se non di cose
semplicissime e generalissime, senza darsi troppo pensiero se
esistano o meno in natura, contengono qualche cosa di certo e
d'indubitabile. Perch, sia che io vegli o che dorma, due e tre
uniti insieme formeranno sempre il numero cinque, ed il quadrato
non avr mai pi di quattro lati; e non sembra possibile che delle
verit cos manifeste possano essere sospettate di falsit o
d'incertezza.
Tuttavia  da lungo tempo che ho nel mio spirito una certa
opinione, secondo la quale vi  un Dio che pu tutto, e da cui io
sono stato creato e prodotto cos come sono. Ora, chi pu
assicurarmi che questo Dio non abbia fatto in modo che non vi sia
niuna terra, niun cielo, niun corpo esteso, niuna figura, niuna
grandezza, niun luogo, e che, tuttavia, io senta tutte queste
cose, e tutto ci mi sembri esistere non diversamente da come lo
vedo? Ed inoltre, come io giudico qualche volta che gli altri
s'ingannino anche nelle cose che credono di sapere con la maggior
certezza, pu essere che Egli abbia voluto che io m'inganni tutte
le volte che fo l'addizione di due e di tre, o che enumero i lati
di un quadrato, o che giudico di qualche altra cosa ancora pi
facile, se pu immaginarsi cosa pi facile di questa. Ma forse Dio
non ha voluto che io fossi ingannato in tal guisa, perch di lui
si dice che  sovranamente buono. Tuttavia, se repugna alla sua
bont l'avermi fatto tale che io m'inganni sempre, sembrerebbe
esserle contrario anche il permettere che io m'inganni qualche
volta; e tuttavia io non posso mettere in dubbio che egli lo
permetta.
Vi saranno forse qui delle persone, che preferirebbero negare
l'esistenza di un Dio cos potente, piuttosto che credere incerte
tutte le altre cose. Ma per adesso non resistiamo loro, e
supponiamo, in loro favore, che tutto ci che  detto qui di Dio
sia una favola. Tuttavia, in qualunque maniera essi suppongano che
io sia pervenuto allo stato e all'essere che possiedo, sia che
l'attribuiscano a qualche destino o fatalit, sia che lo
riferiscano al caso, sia che sostengano che ci accade per un
continuo concatenamento e legame delle cose,  certo che, poich
errare ed ingannarsi  una specie d'imperfezione, quanto meno
potente sar l'autore che essi attribuiranno alla mia origine,
tanto pi probabile sar che io sia talmente imperfetto da
ingannarmi sempre. Alle quali ragioni io non ho certo nulla da
rispondere, ma sono costretto a confessare che, di tutte le
opinioni che avevo altra volta accolte come vere, non ve n' una
della quale non possa ora dubitare, non gi per inconsideratezza o
leggerezza, ma per ragioni fortissime e maturamente considerate:
di guisa che  necessario che io arresti e sospenda oramai il mio
giudizio su questi pensieri, e che non dia loro pi credito di
quel che darei a cose, che mi paressero evidentemente false, se
desidero di trovare alcunch di costante e di sicuro nelle
scienze.
Ma non basta aver fatto queste osservazioni, bisogna che io prenda
anche cura di ricordarmene; perch quelle antiche e ordinarie
opinioni mi ritornano ancora spesso nel pensiero, poich il lungo
e familiare uso d loro il diritto di occupare il mio spirito
contro il mio volere, e di rendersi quasi padrone della mia
credenza. Ed io non mi disabituer mai di aderire loro e di aver
confidenza in esse, finch le considerer quali sono in effetti,
cio in qualche modo dubbie, come test ho mostrato, e tuttavia
probabilissime, di guisa che si ha molto pi ragione di credervi
che di negarle. Ecco perch io penso di farne un uso pi prudente,
se, prendendo un partito contrario, impiego tutte le mie cure ad
ingannare me stesso, fingendo che tutti questi pensieri siano
falsi e immaginari; finch, avendo talmente posto in equilibrio i
miei pregiudizi, che essi non possano fare inclinare il mio parere
pi da un lato che da un altro, il mio giudizio non sia pi oramai
dominato da cattivi usi e distolto dal retto cammino che pu
condurlo alla conoscenza della verit. Io sono sicuro, infatti,
che non pu esserci pericolo n errore in questa via, e che non
saprei oggi conceder troppo alla mia diffidenza, poich ora non si
tratta d'agire, ma solo di meditare e di conoscere.
Io supporr, dunque, che vi sia, non gi un vero Dio, che  fonte
sovrana di verit, ma un certo cattivo genio [genium aliquem
malignum], non meno astuto e ingannatore che possente, che abbia
impiegato tutta la sua industria ad ingannarmi. Io penser che il
cielo, l'aria, la terra, i colori, le figure, i suoni e tutte le
cose esterne che vediamo, non siano che illusioni e inganni, di
cui egli si serve per sorprendere la mia credulit. Considerer me
stesso come privo affatto di mani, di occhi, di carne, di sangue,
come non avente alcun senso, pur credendo falsamente di aver tutte
queste cose. Io rester ostinatamente attaccato a questo pensiero;
se, con questo mezzo, non  in mio potere di pervenire alla
conoscenza di verit alcuna, almeno  in mio potere di sospendere
il mio giudizio. Ecco perch bader accuratamente a non accogliere
alcuna falsit, e preparer cos bene il mio spirito a tutte le
astuzie di questo grande ingannatore, che, per potente ed astuto
ch'egli sia, non mi potr mai imporre nulla.
Ma questo disegno  penoso e laborioso, ed una certa pigrizia mi
riporta insensibilmente nel corso della mia vita ordinaria. E a
quel modo che uno schiavo, il quale godeva in sogno d'una libert
immaginaria, quando comincia a sospettare che la sua libert non 
che un sogno, teme d'essere risvegliato, e cospira con quelle
illusioni piacevoli, per esserne pi lungamente ingannato, cos io
ricado insensibilmente da me stesso nelle mie antiche opinioni, ed
ho paura di risvegliarmi da quest'assopimento, per tema che le
veglie laboriose che succederebbero alla tranquillit di questo
riposo, invece di portarmi qualche luce e qualche rischiaramento
nella conoscenza della verit, non abbiano ad essere insufficienti
per illuminare le tenebre delle difficolt che sono state agitate
test.
R. Descartes, Opere, Laterza, Bari, 1967, volume primo, pagine 199-
204.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/3. Capitolo
Cinque.
8) Descartes. Cogito-sum .
La possibilit di mettere in dubbio anche le pi solide certezze -
che era stato l'obiettivo della Prima meditazione - raggiunge il
suo vero scopo nella Seconda. Si tratta di trovare il punto di
Archimede, cio quella certezza che pu resistere a qualsiasi
dubbio. Il risultato della ricerca cartesiana : cogito, ergo sum
res cogitans. .
R. Descartes, Meditazioni metafisiche, Seconda meditazione (pagine
128-129).

La meditazione che feci ieri m'ha riempito lo spirito di tanti
dubbi, che, oramai, non  pi in mio potere dimenticarli. E
tuttavia non vedo in qual maniera potr risolverli; come se tutt'a
un tratto fossi caduto in un'acqua profondissima, sono talmente
sorpreso, che non posso n poggiare i piedi sul fondo, n nuotare
per sostenermi alla superficie. Nondimeno io mi sforzer, e
seguir da capo la stessa via in cui ero entrato ieri,
allontanandomi da tutto quello in cui potr immaginare il menomo
dubbio, proprio come farei se lo riconoscessi assolutamente falso;
e continuer sempre per questo cammino, fino a che non abbia
incontrato qualche cosa di certo, o almeno, se altro non m'
possibile, fino a che abbia appreso con tutta certezza che al
mondo non v' nulla di certo.
Archimede, per togliere il globo terrestre dal suo posto e
trasportarlo altrove, domandava un sol punto fisso ed immobile.
Cos io avr diritto di concepire alte speranze, se sar
abbastanza fortunato da trovare solo una cosa, che sia certa e
indubitabile.
Io suppongo, dunque, che tutte le cose che vedo siano false; mi
pongo bene in mente che nulla c' mai stato di tutto ci che la
mia memoria, riempita di menzogne, mi rappresenta; penso di non
aver senso alcuno; credo che il corpo, la figura, l'estensione, il
movimento ed il luogo non siano che finzioni del mio spirito
[chimerae]. Che cosa, dunque, potr essere reputato vero? Forse
niente altro, se non che non v' nulla al mondo di certo.
Ma che ne so io se non vi sia qualche altra cosa, oltre quelle che
test ho giudicato incerte, della quale non si possa avere il
menomo dubbio? Non v' forse qualche Dio, o qualche altra potenza,
che mi mette nello spirito questi pensieri? Ci non  necessario,
perch forse io sono capace di produrli da me. Ed io stesso,
almeno, sono forse qualche cosa? Ma ho gi negato di avere alcun
senso ed alcun corpo. Esito, tuttavia; che cosa, infatti, segue di
l? Sono io talmente dipendente dal corpo e dai sensi, da non
poter esistere senza di essi? Ma mi sono convinto che non vi era
proprio niente nel mondo, che non vi era n cielo, n terra, n
spiriti, n corpi; non mi sono, dunque, io, in pari tempo,
persuaso che non esistevo? No, certo; io esistevo senza dubbio, se
mi sono convinto di qualcosa, o se solamente ho pensato qualcosa.
Ma vi  un non so quale ingannatore potentissimo e astutissimo,
che impiega ogni suo sforzo nell'ingannarmi sempre. Non v' dunque
dubbio che io esisto, s'egli m'inganna; e m'inganni fin che vorr,
egli non sapr mai fare che io non sia nulla, fino a che penser
di essere qualche cosa. Di modo che, dopo avervi ben pensato, ed
avere accuratamente esaminato tutto, bisogna infine concludere, e
tener fermo, che questa proposizione: Io sono, io esisto, 
necessariamente vera tutte le volte che la pronuncio, o che la
concepisco nel mio spirito.
Ma io non conosco ancora abbastanza chiaramente ci che sono, io
che son certo di essere; di guisa che, oramai, bisogna che badi
con la massima accuratezza a non prendere imprudentemente qualche
altra cosa per me, e cos a non ingannarmi in questa conoscenza
che io sostengo essere pi certa e pi evidente di tutte quelle
che ho avuto per lo innanzi.
Ecco perch io considerer da capo ci che credevo che esistesse
prima che entrassi in questi ultimi pensieri; e dalle mie antiche
opinioni toglier tutto quel che pu essere combattuto con le
ragioni da me sopra allegate, s che resti solo ci che 
intieramente indubitabile. Che cosa, dunque, ho io creduto
dapprima di essere? Senza difficolt, ho pensato di essere un
uomo. Ma che cosa  un uomo? Dir che  un animale ragionevole? No
di certo: perch bisognerebbe, dopo, ricercare che cosa  animale,
e che cosa  ragionevole, e cos, da una sola questione, cadremmo
insensibilmente in un'infinit di altre pi difficili ed
avviluppate, ed io non vorrei abusare del poco tempo ed agio che
mi resta, impiegandolo a sbrogliare simili sottigliezze. Ma mi
arrester piuttosto a considerare qui i pensieri, che nascevan
prima da se stessi nel mio spirito, e che non mi erano ispirati
che dalla mia sola natura, quando mi consacravo alla
considerazione del mio essere. Io mi consideravo dapprima come
avente un viso, delle mani, delle braccia, e tutta questa macchina
composta d'ossa e di carne, cos come essa appare in un cadavere:
macchina che io designavo con il nome di corpo. Io consideravo,
oltre a ci, che mi nutrivo, che camminavo, che sentivo e che
pensavo: e riportavo tutte queste azioni all'anima; ma non mi
fermavo a pensare che cosa fosse quest'anima, oppure, se mi ci
fermavo, immaginavo che essa fosse qualcosa di estremamente rado e
sottile, come un vento, una fiamma, o un'aria delicatissima,
insinuata e diffusa nelle parti pi grossolane di me. Per ci che
riguardava il corpo, non dubitavo per nulla della sua natura;
perch pensavo di conoscerla molto distintamente, e, se avessi
voluto spiegarla secondo le nozioni che ne avevo, l'avrei
descritta in questa maniera: per corpo intendo tutto ci che pu
esser determinato in qualche figura; che pu essere compreso in
qualche luogo, e riempire uno spazio in maniera tale, che ogni
altro corpo ne sia escluso; che pu essere sentito o col tatto, o
con la vista, o con l'udito, o col gusto, o con l'odorato; che pu
essere mosso in pi maniere, non da se stesso, ma da qualcosa di
estraneo, da cui sia toccato e di cui riceva l'impressione. Poich
non credevo in alcun modo che si dovesse attribuire alla natura
corporea il privilegio d'avere in s la potenza di muoversi, di
sentire e di pensare; al contrario, mi stupivo piuttosto di vedere
che simili facolt si trovassero in certi corpi.
Ma io, chi sono io, ora che suppongo che vi  qualcuno, che 
estremamente potente e, se oso dirlo, malizioso e astuto, che
impiega tutte le sue forze e tutta la sua abilit ad ingannarmi?
Posso io esser sicuro di avere la pi piccola di tutte le cose,
che sopra ho attribuito alla natura corporea? Io mi fermo a
pensarvi con attenzione, percorro e ripercorro tutte queste cose
nel mio spirito, e non ne incontro alcuna, che possa dire essere
in me. Non v' bisogno che mi fermi ad enumerarle. Passiamo,
dunque, agli attributi dell'anima, e vediamo se ve ne sono alcuni,
che siano in me. I primi sono di nutrirmi e camminare; ma se 
vero che io non ho corpo,  vero anche che non posso camminare n
nutrirmi. Un altro attributo  il sentire; ma, egualmente, non si
pu sentire senza il corpo: senza contare che ho creduto talvolta
di sentire parecchie cose durante il sonno, che al mio risveglio
ho riconosciuto non aver sentito di fatto. Un altro  il pensare;
ed io trovo qui che il pensiero  attributo che m'appartiene: esso
solo non pu essere distaccato da me. Io sono, io esisto: questo 
certo; ma per quanto tempo? Invero, per tanto tempo per quanto
penso; perch forse mi potrebbe accadere, se cessassi di pensare,
di cessare in pari tempo d'essere o d'esistere. Io non ammetto
adesso nulla che non sia necessariamente vero: io non sono,
dunque, per parlar con precisione, se non una cosa che pensa, e
cio uno spirito, un intelletto o una ragione, i quali sono
termini il cui significato m'era per lo innanzi ignoto. Ora, io
sono una cosa vera, e veramente esistente; ma quale cosa? L'ho
detto: una cosa che pensa. E che altro? Ecciter ancora la mia
immaginazione per ricercare se non sia qualcosa di pi. Io non
sono quest'unione di membra che si chiama il corpo umano; io non
sono un'aria sottile e penetrante, diffusa in tutte queste membra;
io non sono un vento, un soffio, un vapore, e nulla di tutto ci
che posso fingere e immaginare, poich ho supposto che tutto ci
non fosse niente; eppure, senza cambiare questa supposizione, io
continuo ad essere certo che sono qualcosa.
R. Descartes, Opere, Laterza, Bari, 1967, volume primo, pagine 205-
208.
